Il Biancolella a Ischia, il Pignoletto sui Colli Bolognesi, il Cesanese nel Lazio, il Picolit nel Collio, la Tintilia in Molise. E ancora l’Asprinio di Aversa, il “grande, piccolo vino” descritto da Mario Soldati, con la sua tipica coltivazione ad alberata; il Nasco, antichissimo vitigno a bacca bianca che nell’entroterra di Cagliari ha trovato il terroir ideale; e il Prié Blanc, capace di adattarsi a condizioni climatiche estreme in Valle d’Aosta. Sono solo una piccolissima parte degli oltre 500 vitigni autoctoni ufficialmente riconosciuti in Italia, uno straordinario patrimonio di diversità che nessun altro Paese può vantare.

Autoctoni sono naturalmente pure il Sangiovese – che è il vitigno a bacca nera più coltivato in Italia, nelle sue numerose varietà con cui si producono, tra gli altri vini, il Chianti Classico o il Brunello di Montalcino – o il Nebbiolo – principe delle Langhe, da cui nascono il Barolo e il Barbaresco – così come il Fiano, l’Aglianico del Vulture, il Nero d’Avola, la Barbera, il Verdicchio o la Ribolla Gialla. Ma sono uve, queste appena citate, che godono di grande notorietà anche fuori dai confini e che sono familiari a qualsiasi appassionato di vino.

Basti pensare al Timorasso, ad esempio, poco docile vitigno dei colli tortonesi che negli anni Ottanta era caduto nell’oblio – tanto più in una terra di nobili rossi – e che oggi, grazie all’ostinazione di imprenditori visionari, occupa il posto che gli spetta tra i grandissimi bianchi italiani.

In Trentino, tra tanti vitigni internazionali, non va trascurata la Nosiola, un’uva bianca fragrante e duttile da cui nasce uno dei migliori vini dolci italiani, il Vino Santo, ottimo per carattere e freschezza. E il Raboso del Piave? È uno dei vitigni più antichi del Veneto, rustico e apparentemente indomabile, con un ciclo vegetativo molto lungo.
Complicato da lavorare è il Caprettone, vitigno vesuviano che in passato è stato spesso confuso con il Coda di Volpe e usato per tagliare la Falanghina.
Anche la Sicilia vanta una grande ricchezza ampelografica. Dall’Etna, naturalmente, dimora del Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio e Carricante, territorio protagonista della nouvelle vague della viticoltura siciliana, alla zona del ragusano, dove è protagonista il Frappato, vitigno che, insieme al Nero d’Avola, contribuisce all’unica Docg della regione, il Cerasuolo di Vittoria.

Ecco perché gli autoctoni vanno scoperti, studiati, tutelati e valorizzati: rappresentano la ricchezza enologica italiana, sono vini che esprimono la simbiosi con il territorio e sono l’antidoto ideale all’omologazione del gusto.

Per questo e per molto altro continuiamo a credere che investire nelle Cantine Vinicole italiane sia non solo un’idea straordinaria, ma soprattutto una grande opportunità di rendimento a lungo termine.